In Between

(looking and seeing) IN BETWEEN di Dario Pinton

Quella di essere in mezzo –in between- è una posizione scomoda, vuol dire essere sospesi: ma da cosa o in che cosa?

Nei lavori di Matthew Attard si è sospesi tra visibile e invisibile, meglio non-visibile.

Cosa c’è da vedere allora?

Paradossalmente è tutto così chiaro: delle linee, che diventano dei disegni, che diventano delle forme, che diventano delle figure, il processo è tutto davanti ai nostri occhi, basta spostarsi un poco per vedere tutto questo.

Il senso è tutto qua? O c’è qualcosa di più? Cosa accade? Appunto accade, accade ogni volta che si guarda. Come vediamo quello che guardiamo? Che senso ha questo movimento di costruzione della forma e della figura e poi come ci si sposta ecco il movimento contrario della dissoluzione della figura e della forma?

Questo movimento tra verità oculare, quella degli occhi, e verità ottica quella del cervello, e noi in mezzo –in between- che attraversiamo, agiamo l’opera, noi attraversati, agiti dall’opera.

E’ il gioco degli occhi e il lavoro degli occhi, tra divertimento e fatica.

Non è solo un doppio movimento di andata e ritorno, è molto di più: è il movimento del cominciamento, è il piacere di ri-cominciare a vedere, di ri-creare quella che sembra l’immagine finale, un punto di arrivo che però non si fissa, per questo sempre inseguito.

E’ un punto, uno spazio e un tempo mobile, fluttuante, dinamico, che accade solo quando lo raggiungi e solo allora percezione e cognizione si uniscono, si fondono.

Ma questo non spiega, non è ancora quello che chiamiamo il senso, o quanto meno non è un senso pieno.

Da un lato Matthew Attard ci mostra quale è la meccanica della visione, la componente fisiologica e percettiva, la dimensione neurofisiologica, dall’altro chiedendoci di partecipare alla costruzione dell’immagine mostra la sua componente culturale cioè sociale, quella che agisce come correzione, come messa in ordine di quel che si sta guardando e che ci conduce alla visione, della forma, della figura. Quello che vediamo è il senso di quello che guardiamo: vediamo delle figure di nudi.

Un nudo non è solo un nudo.

Un nudo non è solo un nudo, un disegno, una scultura di un corpo nudo (già, cosa sono le opere di Matthew Attard: disegni a tre dimensioni, sculture leggere, esempi di durata senza materia? … ancora una volta qualcosa in between …), ma ora la domanda è: cos’è un “nudo”? Un nudo è un topos culturale, una figura esemplare che rappresenta un modo del pensiero, e nella nostra cultura un nudo, incluso il rimando erotico, è un richiamo all’arte classica –non a quella accademica-, è il un richiamo alla storia dell’arte, storia anche dei generi – il genere per eccellenza? Il nudo è la misura del corpo, oggi (dopo Bacon e Freud) per fortuna non più ideale, ma misura umana, dunque il fare di Matthew Attard procede per referenze, e non per reverenze, nella norma e per scarto dalla stessa norma.

Ma quella del nudo non è l’unica referenza, il nudo, una forma e una figura diventa ancora più forma e figura quando Matthew Attard suggerisce dei possibili nomi per questi lavori che vediamo oggi, Tre Grazie, Eva e Adamo, dove Adamo sembra schiacciato-sovrastato da Eva, sono cioè voluti suggerimenti-rimandi culturali.

Il lavoro di Matthew Attard ci pone nella condizione di essere –fisicamente e mentalmente- in mezzo –in between- a un gioco di rimandi continui, che si specchiano uno nell’altro, dove se sembra possibile stabilire un inizio -la fisiologia, le linee sospese nello spazio, la percezione-, questo stesso inizio ci introduce nell’organizzazione formale di quei segni apparentemente senza senso, ci porta verso figure non innocenti (non qualsiasi) della cultura.

Il movimento del corpo e degli occhi (gli occhi che guardano appartengono a un corpo, il nostro è un corpo che guarda), occhi che selezionano, che sono colpiti, che guardano linee che definiscono corpi nudi, e questo guardare diventa vedere, e diventa anche una riflessione sulla visione, una allegoria della visione, che è al tempo stesso un modo della visione.

Ma questa descrizione –per fortuna- non rende pienamente conto del piacere del guardare che diventa vedere che diventa scoprire.

Non rende pienamente, questo tentativo di descrizione, dell’esattezza impiegata da Matthew Attard nella costruzione dell’immagine, l’esattezza per definire quel che c’è ma non si vede, nel renderlo visibile.

In fondo che cosa chiediamo all’opera d’arte? Cosa “intendiamo” quando siamo colpiti da un’opera d’arte?

Speriamo che ci mostri il reale da un altro punto di vista, che ci faccia spostare gli occhi dal solito punto di vista, che sia un’occasione per allargare la visione, che sia un conoscere di più.

L’opera d’arte è quella che da origine a un universo formale facendo nascere altri spazi, è quella che non limita e che non conclude, ma che riempie un vuoto di coscienza, è quella che contiene lo spirito del cominciamento. Dove è questo cominciamento ?

Matthew Attard ci porge una frase dal romanzo Cecità di Josè Saramago:

“Dentro di noi c’è qualcosa che non ha nome, questo qualcosa è ciò che siamo.”

“Inside us there is something that has no name, that something is what we are.”

qualcosa di umano

Ci collochiamo in mezzo –in between- tra occhio e pensiero, tra passato e presente, ci spostiamo per cogliere, per vedere l’energia, il desiderio che ci muove.

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